Casa del vino

Storia del vino

Storia del vino in
Vallagarina

La vite l'uva e il vino
nel tempo antico
Il Mito

Una voce classica, non priva di suggestive varianti minori, vuole che anche l´embrionale vitivinicoltura lagarina ( vini della Vallagarina e d´Isera in particolare) sia stata propiziata dagli dei. Sotto l´aspetto vallivo, questa favolosa storia narra che le prime talèe sarebbero state poste a dimora dallo stesso Ercole, allorché giunse tra le ubertose terre padane a stanziarvi i Graii, gli arcaici coloni greci.
La vite e il vino esistono da sempre in Val Lagarina, la valle del campo, dalla voce germanica lager; dalle ampelidee - antenate della vitis vinifera - che crescevano spontanee nelle terre attorno all´ Adige, ai primi esempi di viticoltura (quando le uve si dicevano in "claves", allevate a filari e potate basse, e in maiores, lasciate libere di crescere su sostegni vivi) sino alla pergola trentina.

Arrivano le legioni romane

Accedendo ora allo splendore dell´età romana, anche la traccia vinaria della Vallagarina si fa più articolata e consistente. Tra l´altro, i reperti finora noti permettono di traguardare con una certa fiducia ad ulteriori e forse più ricchi ritrovamenti. Tuttavia, la ricerca attuale appare sufficientemente supportata dai resti della villa d´Isera. Dopo il Falerno, il vino Retico.
Si racconta che fu Cesare, di ritorno nella capitale dal suo primo incarico militare nella Gallia Cisalpina e nell´Illirico, dove aveva avuto modo di apprezzare l´aristocratico vino Retico, ad introdurre il costume di libare con diverse qualità di vino allo stesso banchetto. Anche Augusto sceglieva di persona i vini della propria mensa tra i quali non mancava quello Retico che Virgilio posponeva solo al Falerno.

Le invasioni barbariche
e l'abbandono delle campagne

Il territorio del Comun Comunale, posto nella Destra Adige Lagarini, era collocato sull´importante via che collegava l´Italia col Norico e le Rezie e alla caduta dell´impero romano assisteva alle invasioni delle tribù germaniche. Alemanni, Goti, Baiuvari, Longobardi, Franchi si alternarono in passaggi continui, portando distruzioni e sconvolgendo l´articolato sistema colturale faticosamente organizzato nei secoli, dall´incontro della cultura locale con quella romana.
La popolazione diminuì in modo preoccupante, si abbandonarono le campagne permettendo al bosco di estendersi su quelli che un tempo erano terreni fertili. Le vigne, che più di ogni altra coltura richiedevano particolari cure, erano esposte al saccheggio e all´incuria degli uomini.

Il medioevo

"Terra cum vineis"
La mancanza di documentazione non permette di quantificare la diffusione della vite ed il consumo di vino nell´alto medioevo. Soltanto alcune fonti di provenienza veronese gettano qua e là degli squarci di luce su un sistema vitivinicolo verosimilmente applicabile anche alla realtà locale. La vite era coltivata un po´ dovunque dal fondovalle fino alla collina più alta e i terreni dove la si collocava erano definiti "terra cum vineis".

Vino "de plano", vino "de monte"
Il vino costituiva una presenza indispensabile per l´uomo alto-medioevale, considerato come alimento primario nell´alimentazione per il suo importante valore nutritivo. Al vino veniva riservato un ruolo inferiore soltanto al pane, riconoscendo alla bevanda anche virtù terapeutiche. Ciò non di meno si badava più alla quantità che alla qualità e questo portava a non valutare molto la varietà dei vigneti che si coltivavano. In documenti veneti posteriori all´anno mille si distinguevano vino "de plano" (della pianura) dal vino "de monte" (dalla collina o montagna), riconoscendo maggior qualità a quest´ultimo. Il riferimento con le campagne venete è d´obbligo, considerata la forte influenza esercitata da quella realtà sul territorio lagarino e del Comun Comunale. Così tra le uve da vino menzionate a partire dal 1200 si individuano la "schiava" a frutto bianco, la "groppella", le "vernacce" oppure l´uva "moscatella", la "lambrusca", e il pregiato "marceninum" da cui il marzemino, introdotto in seguito anche in Val Lagarina.

Schiava, teroldego e marzemino: vitigni e qualità di vino
Nel corso della prima metà del XIII secolo, possiamo accertare soltanto la presenza di vini rossi e vini bianchi, con un netto predominio dei secondi. L´urbario lagarino del 1259 nomina invece espressamente diverse "petie terre cum vitibus sclavis" nella zona di Sano (Mori), Nomi e Pomarolo. La qualità schiava ("uvae sclavae graspatae") è ricordata pure in località Corna Calda a Lizzana, nel testamento di Guglielmo di Castelbarco del 1319. Una locazione del Capitolo del Duomo di Trento del 1383, cita un´altra tipica qualità di vino trentino, il teroldego ("unam carratam vini teroldegi"). Al XV secolo, ad opera dei veneziani, si fa comunemente risalire l´introduzione in Val Lagarina di un altro celebre vitigno, il marzemino.

Versa il vino, eccellente marzemino:
Wolfang Amadeus Mozart (1756-1791)

Mozart è il sommo cantore del marzemino lagarino, vino che lo ha immortalato nel secondo atto della sua opera Don Giovanni (1787). A Vienna infatti, in quegli anni, il vino più in voga era proprio il marzemino lagarino, che riusciva a giungere in questa città nonostante i pesanti veti di Trento. Il marzemino celebrato (e gustato) da Mozart proveniva in gran parte dal territorio del Comun Comunale. Il centro principale di produzione era, allora come oggi, la giurisdizione di Isera, tanto che ad essa spettava fissare il prezzo di vendita di questo vino.

Un viaggio "romantico" tra filari di viti:Wolfgang Johann Goethe (1749-1832)
Agli inizi dell´Ottocento molti intellettuali nordici, soprattutto se di educazione umanistica, si sentivano irresistibilmente attratti dall´esperienza di un viaggio in Italia. Nel loro viaggio verso la meta finale, Roma, era d´obbligo per essi attraversare la Val Lagarina e alcuni, come Goethe, ne hanno lasciato una, se pur brevissima, descrizione. Il grande letterato tedesco percorse la valle dell´Adige verso Trento nel settembre del 1786, trovandovi un territorio costellato di lunghi filari di viti e altri alberi da frutto:"...Al piede del monte le colline sono coltivate a viti. Tra i filari lunghi e bassi sono piantati dei pali e le uve brune pendono graziosamente dall´alto, maturando al calore del terreno sottostante. Anche nel fondovalle, la vite è coltivata in lungo ordine di filari, mentre nel mezzo spunta il granoturco (...) la vegetazione è così folta da far pensare che tutto debba soffocarsi a vicenda: filari di viti, granoturco, gelsi, meli, peri, cotogni e noci...".

Tratto dal libro: arte e vino in Vallagarina.

Il periodo difficile

La viticoltura perse la sua preminente importanza durante il periodo di sviluppo della sericoltura (1750 - 1850) quando l´agricoltura si indirizzò verso la coltura del gelso; tuttavia dopo la diffusione delle malattie che colpirono questa pianta e la conseguente moria dei bachi da seta la vite riconquistò la posizione perduta. La seconda metà dell´ottocento fu caratterizzata dalla penetrazione di tre avversità devastanti quali l´oidio, la peronospera e la fillossera che determinarono alcuni anni di crisi profonda in molte regioni europee.

La rinascita

Preminente, nella rinascita viticola post - fillosserica, fu il ruolo esercitato dall´Istituto Agrario di San Michele all´Adige, istituzione fondata nel 1874 e tuttora elemento ispiratore della viticoltura e dell´agricoltura del territorio atesino.

Tratto da: www.bottegaalpina.com

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